"Le 5:00 del pomeriggio..." fu la prima cosa che pensò Vicky osservando il suo orologio riportare l'ora giusta per la prima volta da molto tempo "che ci sia una sala da té qui in giro?"
Ma molto prima ci fu un altro pensiero che attraversò la mente della nostra Victoria Hallam "Oh, cazzo!". Reazione compresibilissima, anche se detta da un inglese, quando praticamente voltandosi ad osservare la propria stanza scoprì che di suo non c'era proprio niente. La stanza era priva del letto a due piazze con sopra l'adorato copriletto in tinta rosa pastello, privo del mega-armadio ricolmo di tutti i suoi vestiti alla moda, e peggio di ogni altra cosa non c'erano le sue scarpe! Svanite, tutte! Al loro posto c'era uno squallido materasso poggiato a terra ricoperto con un piumone di un azzurro spento e scuro, di armadi nemmeno l'ombra ma in un angolo erano ammucchiati diversi vestiti chiaramente maschili, e poi una sfilza di roba dall'aria tecnologica ma per nulla familiare. Insomma era da tutt'altra parte.
Ora dunque capite il perché di quel pensiero, capite cose debba aver provato a trovarsi in un luogo completamente alieno di propretà di un certo Silbot come citava una scritta su uno dei tanti aggeggi elettronici. Ma dopo quell'iniziale momento di panico, Vicky ritornò alla sua flemmatica britannicità chiedendosi se magari c'era una sala da té dove servirsi visto che era proprio il momento e decisamente l'ora adatta per un bel té con latte accompagnato da sandwich ai cetrioli o da amaretti.
Fu così che si avventurò fuori dopo aver preso in prestito da questo fantomatico Silbot uno dei suoi maglioni, di che materiale forse è meglio non indagare, dal colore nero, praticamente l'unico presente. Scese i quattro piani grazie ad un bizzarro ascensore che condivise con certe tipe strane con capelli dai colori improbabili e trucco brillantinoso. Uscita dall'edificio lo spettacolo che le si parò davanti era quella di una cittadina irlandese vecchio stile in cui la supertecnologia aveva incontrato il vecchio e tutto questo, incredibilmente, non stonava nemmeno un po'. L'aspetto, dunque, di questo nuovo mondo era un miscuglio di familiare ed alieno che sembrò lasciarla prima sorpresa poi inglesamente indifferente mentre si muoveva per le vie popolate da creature con strani vestiti, strane acconciature, e tante altre cose per lei strane che ancora non aveva notato, alla ricerca di una sala da té.
Ora, voi probabilmente al posto di Vicky sareste spaventati e disperati o magari curiosi di esplorare questo mondo alieno, non ve ne andreste di certo a cercare una sala da té tirandovi dietro il vostro orologio swatch da muro. Al diavolo il té, direste. Ma non siete voi i protagonisti di questa storia, la protagonista invece è la nostra Vicky che osserva senza nessun ombra di perplessità la "Arthur Dent' Room Tea". Anzi sembra aver ritrovato un legame, anche se assurdo e tenue, con quella che è casa sua.
L'interno della sala da té era accogliente e carino, in perfetto stile british. Victoria si inoltra nel locale e si porta ad un tavolino libero che da su un giardino interno con alberi ancora più strani delle capigliature degli altri avventori. Siede composta sulla sedia e si separa finalmente dall'orologio che l'ha condotta fino a lì posandolo su una sedia accanto. Poi si concede il primo rilassante sorriso da quando si trova ovunque-si-chiami-il-posto-in-cui-si-trova-adesso dopo che ha terminato di ordinare tramite il computerino celato sotto il tavolino e spuntato a proposito proprio appena si è seduta. Il servizio da té completo con tanto di vassoio dei sandwich e degli amaretti le viene materializzato praticamente davanti agli occhi. Occhi che sembrano quasi commuoversi davanti ad un simile spettacolo.
Si versa il latte. Poi il té. Aggiunge le zollette di zucchero. E gira. Sorseggia lentamente. Da un morsettino ad uno dei sandwich. Sorseggia ancora. Sorride. Finalmente in pace con se stessa. Finalmente in paradiso. Almeno finché un'ombra nera non le si siede accanto senza neanche chiedere il permesso, senza neanche avere l'accortezza di farsi notare prima. Osserva allora la figura di questo tizio piuttosto alto, piuttosto ben messo a corporatura, piuttosto carino con i capelli neri, gli occhi viola e le orecchie a punta.
"Stop un attimo!" si dice Vicky poco prima di strabuzzare gli occhi ed osservare meglio il tizio di fronte a sé "Oddio! Chi è questo... il cugino di Spock?" e resta imbambolata ad osservarlo fregarsi un sandwich ai cetriolini.
"Quel maglione è mio... ma tu non sembri mia, non ancora" dice semplicemente una volta finito il primo sandwich. Perché poi se ne frega altri, mica è scemo.
Vicky resta a guardare imbambolata il vulcan, elfo o quello che è. "Silbot?" è l'unica cosa che riesce a dire.
Il vulcan-elfo-o-quello-che-è si limita a rispondere "E chi altri, dolcezza?!" mentre finisce il terzo sandwich e senza fare nessun complimento.
"Parente di Spock?" chiede la ragazza tanto per fare conversazione.
"Non mi confondere con certa gentaglia, dolcezza" risponde il vulcan-elfo-o-quello-che-è quasi offeso "Tutta quella merda sulla meditazione ed il controllo delle emozioni non fa per me".
Victoria annuisce concorde e rimane a bere il suo té in compagnia di Silbot.
Questo delirio è dedicato al té con latte che prendevo, prendo e prenderò... quando mi va.
Ma molto prima ci fu un altro pensiero che attraversò la mente della nostra Victoria Hallam "Oh, cazzo!". Reazione compresibilissima, anche se detta da un inglese, quando praticamente voltandosi ad osservare la propria stanza scoprì che di suo non c'era proprio niente. La stanza era priva del letto a due piazze con sopra l'adorato copriletto in tinta rosa pastello, privo del mega-armadio ricolmo di tutti i suoi vestiti alla moda, e peggio di ogni altra cosa non c'erano le sue scarpe! Svanite, tutte! Al loro posto c'era uno squallido materasso poggiato a terra ricoperto con un piumone di un azzurro spento e scuro, di armadi nemmeno l'ombra ma in un angolo erano ammucchiati diversi vestiti chiaramente maschili, e poi una sfilza di roba dall'aria tecnologica ma per nulla familiare. Insomma era da tutt'altra parte.
Ora dunque capite il perché di quel pensiero, capite cose debba aver provato a trovarsi in un luogo completamente alieno di propretà di un certo Silbot come citava una scritta su uno dei tanti aggeggi elettronici. Ma dopo quell'iniziale momento di panico, Vicky ritornò alla sua flemmatica britannicità chiedendosi se magari c'era una sala da té dove servirsi visto che era proprio il momento e decisamente l'ora adatta per un bel té con latte accompagnato da sandwich ai cetrioli o da amaretti.
Fu così che si avventurò fuori dopo aver preso in prestito da questo fantomatico Silbot uno dei suoi maglioni, di che materiale forse è meglio non indagare, dal colore nero, praticamente l'unico presente. Scese i quattro piani grazie ad un bizzarro ascensore che condivise con certe tipe strane con capelli dai colori improbabili e trucco brillantinoso. Uscita dall'edificio lo spettacolo che le si parò davanti era quella di una cittadina irlandese vecchio stile in cui la supertecnologia aveva incontrato il vecchio e tutto questo, incredibilmente, non stonava nemmeno un po'. L'aspetto, dunque, di questo nuovo mondo era un miscuglio di familiare ed alieno che sembrò lasciarla prima sorpresa poi inglesamente indifferente mentre si muoveva per le vie popolate da creature con strani vestiti, strane acconciature, e tante altre cose per lei strane che ancora non aveva notato, alla ricerca di una sala da té.
Ora, voi probabilmente al posto di Vicky sareste spaventati e disperati o magari curiosi di esplorare questo mondo alieno, non ve ne andreste di certo a cercare una sala da té tirandovi dietro il vostro orologio swatch da muro. Al diavolo il té, direste. Ma non siete voi i protagonisti di questa storia, la protagonista invece è la nostra Vicky che osserva senza nessun ombra di perplessità la "Arthur Dent' Room Tea". Anzi sembra aver ritrovato un legame, anche se assurdo e tenue, con quella che è casa sua.
L'interno della sala da té era accogliente e carino, in perfetto stile british. Victoria si inoltra nel locale e si porta ad un tavolino libero che da su un giardino interno con alberi ancora più strani delle capigliature degli altri avventori. Siede composta sulla sedia e si separa finalmente dall'orologio che l'ha condotta fino a lì posandolo su una sedia accanto. Poi si concede il primo rilassante sorriso da quando si trova ovunque-si-chiami-il-posto-in-cui-si-trova-adesso dopo che ha terminato di ordinare tramite il computerino celato sotto il tavolino e spuntato a proposito proprio appena si è seduta. Il servizio da té completo con tanto di vassoio dei sandwich e degli amaretti le viene materializzato praticamente davanti agli occhi. Occhi che sembrano quasi commuoversi davanti ad un simile spettacolo.
Si versa il latte. Poi il té. Aggiunge le zollette di zucchero. E gira. Sorseggia lentamente. Da un morsettino ad uno dei sandwich. Sorseggia ancora. Sorride. Finalmente in pace con se stessa. Finalmente in paradiso. Almeno finché un'ombra nera non le si siede accanto senza neanche chiedere il permesso, senza neanche avere l'accortezza di farsi notare prima. Osserva allora la figura di questo tizio piuttosto alto, piuttosto ben messo a corporatura, piuttosto carino con i capelli neri, gli occhi viola e le orecchie a punta.
"Stop un attimo!" si dice Vicky poco prima di strabuzzare gli occhi ed osservare meglio il tizio di fronte a sé "Oddio! Chi è questo... il cugino di Spock?" e resta imbambolata ad osservarlo fregarsi un sandwich ai cetriolini.
"Quel maglione è mio... ma tu non sembri mia, non ancora" dice semplicemente una volta finito il primo sandwich. Perché poi se ne frega altri, mica è scemo.
Vicky resta a guardare imbambolata il vulcan, elfo o quello che è. "Silbot?" è l'unica cosa che riesce a dire.
Il vulcan-elfo-o-quello-che-è si limita a rispondere "E chi altri, dolcezza?!" mentre finisce il terzo sandwich e senza fare nessun complimento.
"Parente di Spock?" chiede la ragazza tanto per fare conversazione.
"Non mi confondere con certa gentaglia, dolcezza" risponde il vulcan-elfo-o-quello-che-è quasi offeso "Tutta quella merda sulla meditazione ed il controllo delle emozioni non fa per me".
Victoria annuisce concorde e rimane a bere il suo té in compagnia di Silbot.
Questo delirio è dedicato al té con latte che prendevo, prendo e prenderò... quando mi va.
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